La legge dell’odio

Solitamente non si fa.

scrivere di un libro che non si è finito di leggere, anzi, che si è incominciato da poco, non è cosa. Però io non sono un critico professionista e così, per restare in tema con il romanzo in questione, “me ne frego”.

Di cosa stiamo parlando? De “La legge dell’odio”, l’ultima opera di Alberto Garlini targato Einaudi Stile Libero Big, “Freestyle” direbbero gli amici anglosassoni.

In questo romanzo, di “Big” ci sono due cose.

La prima. Le dimensioni. 809 pagine. Lo finirò tra un secolo (direi un Secolo d’Italia! Ah ahah!)

La seconda. Il tema trattato. La storia ruota attorno ad un giovane degli anni Sessanta che sta dalla parte dei cattivi. Stefano Guerra è un neofascista che in pieno sessantotto ne combina di tutti i colori.

Alberto Garlini ha fatto uno sforzo encomiabile a ricostruire il clima, i personaggi, le pulsioni, i sogni, la filosofia che sorreggeva ciò che negli anni Sessanta stava a destra del movimento sociale italiano e per restituire in chiave mitopoietica l’orrore di quella che fu ed è la proiezione del fascismo dopo la seconda guerra mondiale in Italia. “Mitopoietica” non significa che Garlini celebri il neofascismo. Semplicemente lo legge attraverso gli occhi di chi si è infarcito di tanta ideologia. E il tutto è costruito così bene da creare disgusto e paura.

Come dicevo, il libro non l’ho finito e non sono neanche vicino dal farlo, ma fin da subito l’autore con questo romanzo apre una linea diretta con il nostro passato prossimo per metterci in guardia. I fantasmi non esistono, sembra volerci dire, perché le ideologie non sono morte. Quei tempi hanno lasciato della brace a covare sotto la cenere, pronta a rinvigorire la fiamma non appena qualcuno ci metterà sopra della nuova legna da ardere. I tempi di crisi in Italia sono sempre stati forieri di scelte drastiche. Gli italiani quando hanno paura tendono a scegliere il bianco o il nero. Non amano le sfumature del grigio. C’è da sperare che qualcuno getti presto una bella secchiata d’acqua gelida su tanta brace prima che la legna del revanscismo neofascista riprenda ad ardere. Come un titano rinchiuso nell’Ade che preme per rompere le catene che lo avvincono, il neofascismo bussa ancora sotto i nostri piedi. Ed è dovere di tutti far sì che il titano resti schiacciato sotto terra dove merita di restare.

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