Lottare per aprire la mente

Nella palestra dove mi alleno (questa) quasi ogni sabato dalle 16 alle 18 si tiene un corso di lotta a terra. Si tratta di lezioni aperte a tutti gli stili di lotta. Vengono allievi del judo, del kajukembo, del jujitsu brasiliano, del kung fu e di altre discipline. Di volta in volta si studiano le tecniche di lotta a terra delle diverse discipline, i diversi regolamenti (sambo, jujitsu, judo le principali) e li si mettono in pratica in sedute di lotta. Tutti con grande umiltà ci confrontiamo. Padroni dei nostri stili, ci misuriamo con chi per noi è imprevedibile. Dal nostro compagno che viene da uno stile diverso dobbiamo temere insidie impreviste dal nostro codice abituale, ma non ce ne sottraiamo, perché sappiamo che da quell’esperienza consolideremo la nostra preparazione ovvero impareremo nuove tecniche di attacco o di difesa. A me, che ho praticato diversi stili di lotta, piace molto questo genere di allenamento open-mind. Abituarsi ad un unico stile rende un lottatore monotono e gli toglie ogni stimolo a migliorare. Aprirsi a nuove esperienze rinforza lo stile poiché rinvigorisce la motivazione.

Credo che quando il Presidente del Consiglio Monti ha parlato di “monotonia” del posto fisso, intendesse proprio questo. Un lavoratore che si “arena” nel suo posto, che non riceve né fornisce stimoli per arricchire il proprio lavoro diventa una “zavorra”. Nel senso che non contribuisce al progresso della società. Un lavoratore che non tende ad un miglioramento del suo status professionale è un “morto” che lavora, uno zombie del mondo del lavoro.

Altra cosa è il precariato. Un giovane che si è formato, che è pronto ad investire il suo sapere nel mondo del lavoro, che è disposto a spendere il suo entusiasmo in una professione, ma che viene escluso dal mondo del lavoro, è vittima di un crimine sociale.

Costringere un lavoratore anziano (stanco e demotivato, che ha dato tutto e che si è meritato il congedo dal lavoro) a lavorare fino allo stremo delle forze è un crimine sociale altrettanto grave.

Licenziare lavoratori per assumere disoccupati è un’autentica stronzata.

Una riforma del lavoro seria deve tendere al puro progresso. Dico puro perché negli ultimi anni la parola progresso (e non solo quella purtroppo! Vedi che fine ha fatto “libertà” e deprimiti!) ha assunto sfumature ipocrite e, per assurdo, significati ossimorici a quello suo originale. L’unico modo per creare progresso è mettere le più diverse esperienze esistenti le une al serivizio delle altre, spingerle ad un confronto al fine di creare margini di miglioramento nelle professioni esistenti nonché nuove figure professionali. Dal confronto nascono nuovi stimoli per chi già lavora e ha interesse ad investire la propria professionalità in nuove avventure, senza però perdere la garanzia di un posto di lavoro. E da ciò nascono nuove professioni e nuovi posti di lavoro per i disoccupati.

Questa è l’unica strada per progredire. Aprire a nuovi orizzonti senza tagliare quelli esistenti.

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